È accaduto di nuovo.

Mi è capitato dappertutto: nei locali, ai matrimoni, comitati di quartiere, in biblioteca e, una volta, anche in fila alla cassa del supermercato.

“E tu che lavoro fai?” mi viene chiesto.

Anche se ho una risposta pronta, veloce e precisa, a questa domanda, la maggior parte delle volte è l’inizio di una lunghissima discussione in cui mi si chiede di approfondire, si fanno ipotesi (che spesso devo sfatare), si creano alleanze tra i commensali. Spesso alla fine delle discussioni qualcuno mi dice: “Mi servirebbe proprio. Quasi quasi vengo a studio da te.”
E qualcuno lo fa pure.

Capisco che la figura del counselor generi mille domande. Mi fa anche piacere risultare così interessante. Il counseling è una professione ed un approccio alla relazione d’aiuto veramente affascinante, con le sue caratteristiche specifiche e anche molti punti in comune con altre professioni.

Ho raccolto le 5 più comuni incomprensioni (o miti) sul counseling e sui counselor e un questo articolo cerco di dare una risposta il più possibile esauriente.

Mito 1. Il counselor è una specie di psicologo.

Inevitabilmente viene subito fuori questa similitudine. È comprensibile, visti da fuori un counselor ed uno “psicologo” (o meglio, uno psicoterapeuta) fanno qualcosa di molto simile. Ma entrando più in profondità ci sono importanti differenze epistemologiche e di intervento.

Dire che un counselor è una specie di psicologo è come mettere a confronto un fisioterapista con un insegnante di yoga. Anche se entrambi lavorano con il corpo ed entrambe le metodologie permettono di migliorare la postura sono interventi e lavori completamente diversi, e si va da l’uno o dall’altro per motivi diversi.

Voglio fare un piccolo inciso.
La maggior parte delle persone non conosce la differenza che esiste tra le varie figure professionali della relazione d’aiuto.
Molti mettono sotto lo stesso cappello psicologi, psicoterapeuti, psicanalisti e psichiatri, e sono quindi tentati di fare di tutta l’erba un fascio inserendoci anche counselor, coach ed educatori.
Ci vorrebbe una maggior informazione per il grande pubblico riguardo le differenze tra tutte queste figure.
Queste differenze esistono e possono anche essere molto marcate, e questo post serve anche a informare su questo. Allo stesso tempo è chiaro che chi non è del mestiere abbia le idee un po’ confuse (più grave quando sono i professionisti ad averle!).

Quali sono le differenze fondamentali?

La prima e più chiara differenza è nel rapporto tra il professionista ed il cliente.

Lo psicoterapeuta e lo psicologo lavorano con dei pazienti, impostando la relazione e l’intervento in termini medico-paziente, il counselour (ed il coach) considerano l’utenza come “cliente”, impostando la relazione in modo più orizzontale e si mette “al servizio” del cliente e della sua richiesta assumendo il ruolo di esperto e facilitatore.

Questa differenza cambia completamente l’approccio al problema.

Mentre un paziente deve essere curato un cliente deve essere aiutato a raggiungere un suo obiettivo, che sia il superamento di una difficoltà, la crescita personale o una meta da raggiungere nella sua vita.

Questa differenza cambia anche, di base, il tipo di utenza che si rivolge (o dovrebbe rivolgere) ad un counselor, ad uno psicoterapeuta, ad uno psicologo e così via …

(Il tema esula un po’ dal tema di questo post, e mi riservo di approfondirlo in un’altro momento.)

In linea di principio, comunque, se una persona ha un profondo disagio psichico, o una psicopatologia, dovrebbe rivolgersi ad uno psicoterapeuta o psichiatra. Se invece si parla di problematiche circoscritte nel tempo, stress, scelte difficili da affrontare, obiettivi da raggiungere o percorsi di crescita ed evolutive allora il counseling è il tipo di approccio più indicato.

Altro inciso.

Ci sono molti approcci alla psicoterapia (come al counseling). Molti di questi sposano anche principi di counseling a sostegno, più o meno marcato, della pratica psicoterapeutica più propriamente detta. Allo stesso tempo gli psicologi possono usare le loro competenze in ambiti differenti dalla clinica, e di fatto lo fanno, trovando posto anche all’interno di aziende di vario tipo e nei ruoli più disparati.

La differenziazione che ho fatto poco sopra affronta il discorso in termini generali. Ogni singolo professionista (e approccio) è unico.

Quindi no, il counselor non è una specie di psicologo.

Anche se nel linguaggio comune “una specie di psicologo” viene usato a sproposito (insegnanti, preti, baristi, parrucchiere e portinai vengono definiti “una specie di psicologo”) quando si parla di professioni d’aiuto bisogna essere specifici.

Mito 2. Il Counselor ti da consigli.

No, no e no.

Il counselor ti aiuta a sviluppare le tue risorse, a superare le difficoltà nel tuo modo specifico, a crescere secondo la tua strada.

Per farlo crea un ambiente favorevole al tuo sviluppo, attraverso l’ascolto attivo e proponendoti dei lavori di ascolto interiore. Nel counseling il professionista non ha mai la pretesa di conoscere con certezza cosa si muove e quali sono i vissuti del cliente.

Questa non è una debolezza del metodo, anzi!, la grande forza dell’approccio del counseling deriva proprio dall’essere catalizzatore di esperienze personali che favoriscano la crescita, e non promotore di una soluzione, e per farlo non si può dare niente per scontato.

Se, invece di lasciarti entrare in contatto con le tue inclinazioni più profonde e aiutarti a sviluppare le tue potenzialità desse delle direttive precise secondo il proprio punto di vista(e, di fatto, questa può essere una definizione di “consiglio”) non permetterebbe al cliente di raggiungere le proprie, specifiche, risorse.

Questo non vuol dire che il counselor non proponga mai un punto di vista alternativo (anzi, è parte del suo compito) o che non proponga azioni specifiche che possono risultare utili ai propri clienti. Ma sono proprio questo: proposte. Non soluzioni.

Mito3. Il counselor ti risolve i problemi.

Rileggi il punto precedente.

Dovrebbe essere chiaro che non è il counselor a risolverti i problemi, sei tu che trovi le risorse interiori per trasformare e superare i problemi.

"Non sono qui per chiedere per favore. Sono qui per dirvi cosa fare." - Mr. Wolf, Pulp Fiction
“Non sono qui per chiedere per favore. Sono qui per dirvi cosa fare.” – Mr. Wolf, Pulp Fiction. (Pessimo esempio di counseling.)

Il counselor ti offre un luogo e un supporto che ti aiutano a raggiungere queste risorse e ad uscire dal loop di autosabotaggio, tu utilizzi queste risorse e, spesso, una volta raggiunte, scopri che il problema non esiste più (o non è più un problema, ma una nuova risorsa).

Un problema risolto da un intervento (totalmente) esterno è come nascondere la polvere sotto il tappeto, può essere utile, sul breve periodo, ma non rende la tua casa (e la tua vita) più pulita.

Il counseling invece serve a trovare la tua personale via e a sviluppare le tue personali risorse, questo è veramente utile per superare le difficoltà della vita e crescere.

Mito 4. Se sei un counselor allora hai raggiunto l’illuminazione /non hai problemi/ sei una specie di Guru

Magari! (forse)

Se sei un counselor sei un uomo (o una donna) come tutti gli altri. Trabocchi di meravigliosi difetti. Forse (e sottolineo forse) hai un po’ più di consapevolezza e risorse, ma questo non cambia la tua natura profondamente umana.

Si dice che che essere counselor sia un modo di essere, ed è assolutamente vero. Noi counselor ci siamo “autocondannati” ad essere i confidenti degli sconosciuti. E non solo nel nostro studio, ma anche al bar, ai matrimoni e, come ho già detto, in fila al supermercato.

Ma questo non vuol dire che non ci arrabbiamo, che non abbiamo i nostri problemi (pratici, come l’affitto da pagare, e interiori, come una delusione d’amore), le nostre idiosincrasie, ed anche i nostri pregiudizi.

Cerchiamo di avere tutto questo davanti agli occhi, in modo da tenerli fuori dalla relazione con i nostri clienti. Ed anche perchè abbiamo imparato (e visto) che questo è il modo per poter crescere e migliorare come essere umani prima che come professionisti.

Ma siamo solo, splendidamente, umani.

Mito 5. Tra counseling e psicologi c’è odio profondo

Io ed i tanti psicologi e psicoterapeuti con i quali ho collaborato non siamo d’accordo.

Associazioni ed albi professionali fanno il loro lavoro, e spesso i toni si scaldano nel perseguire politiche che aiuterebbero (il condizionale è d’obbligo) i propri iscritti. Come per tutte le cose ci sono più voci che si alzano, più punti di vista e diversi interessi in gioco.

Tuttavia nella mia esperienza non ho incontrato molti psicoterapeuti “contro” il counseling, anzi!

La collaborazione, la comunicazione tra professionisti ed il lavoro d’equipe, dove ognuno con le proprie competenze concorre al benessere del cliente (o paziente) è cercata e praticata da molti.

Hai le idee più chiare?

Hai domande, commenti, osservazioni da fare?
Lascia un commento!

Così la prossima volta che ci troveremo al pub invece di parlare del mio lavoro potremo bere un buon bicchiere alla tua salute.

 

 

I 5 falsi miti sui counselor che è ora di sfatare.

19 pensieri su “I 5 falsi miti sui counselor che è ora di sfatare.

  • 24/04/2015 alle 8:32 pm
    Permalink

    1. “Mentre un paziente deve essere curato un cliente deve essere aiutato a raggiungere un suo obiettivo, che sia il superamento di una difficoltà, la crescita personale o una meta da raggiungere nella sua vita.”
    Questo lavoro lo fa lo psicologo (5 anni di laurea + 1 di tirocinio + 1 esame di stato). Se la persona che deve raggiungere un obiettivo lo chiami paziente o cliente, non cambia. Anche il cliente, sempre “paziente” deve essere per raggiungere gli obiettivi.

    2. “il tipo di utenza che si rivolge (o dovrebbe rivolgere) ad un counselor, ad uno psicoterapeuta, ad uno psicologo e così via …”
    Le persone sanno solo che hanno una difficoltà, spesso non sanno qual è la persona a cui rivolgersi. Molte immaginano o sperano che gli basti un “consiglio”. A volte è così, altre volte no. Il counselor sa distinguere?

    3. “Dovrebbe essere chiaro che non è il counselor a risolverti i problemi, sei tu che trovi le risorse interiori per trasformare e superare i problemi.”
    Questo vale per ogni professione di aiuto, in primis per lo psicologo.

    4.”Il counselor ti aiuta a sviluppare le tue risorse, a superare le difficoltà nel tuo modo specifico, a crescere secondo la tua strada.”
    Questo lo fa lo psicologo. Vedi il Codice deontologico degli psicologi italiani.

    5. “Tuttavia nella mia esperienza non ho incontrato molti psicoterapeuti “contro” il counseling, anzi!”
    Gli unici psicologi psicoterapeuti che non sono contro i counselor sono quelli che hanno creato i corsi per i counselor e che hanno guadagnato denaro insegnando in questi corsi. Forse.

    Sono certo che farai il tuo lavoro con preparazione e serietà, ma è evidente che il counselor è una specie di fratello minore dello psicologo. E se la persona che gli si rivolge ha un problema complesso, non credo che il counselor sia in grado di capirlo e soprattutto ci vuole l’etica e l’onestà per inviarlo a chi di dovere.

    Rispondi
    • 28/04/2015 alle 11:04 am
      Permalink

      Il counselor non è affatto un fratello minore dello psicologo. Esiste anche una (molte) differenza metodologica tra le due professioni: mentre lo psicologo è chiamato a interpretare i vissuti del “paziente” per cercare di aiutarlo a risolvere un disagio psicologico, il counselor no. Il counselor non interpreta i vissuti: cerca di mettere in luce, insieme con il “cliente”, i punti emotivi che hanno causato un blocco nella vita (un problema difficile, una separazione, un lutto, etc…). Il counselor lavora SOLO su questo. Non esistono interpretazioni né archetipi di tipo analitico. Inoltre, cosa vuol dire “Se la persona gli rivolge un problema complesso non credo sia in grado di capirlo?”. Se stiamo parlando di opinioni personali, è un conto. Se parliamo di professionalità è un altro. Nemmeno uno psicologo potrebbe essere in grado di “capire” un problema complesso. Di cosa stiamo parlando? Un problema complesso è anche una separazione, la morte di qualcuno di caro, oppure una delusione in ambito professionale. Tutto dipende da come la persona affronta le cose. Ripeto: se stiamo parlando di opinioni, allora va bene tutto. Ma se parliamo di professionalità, le cose stanno in modo assai diverso.

      Rispondi
    • 04/05/2015 alle 10:38 am
      Permalink

      Di sicuro non manderei mai i miei figli in cura da una persona così aggressiva, risentita e spaventata dall’invasione del proprio “territorio”.
      Non mi piacciono le persone che puntano il dito e accusano. Io credo che prima di aiutare gli altri bisogna far “pulizia” in casa propria.

      Bell’articolo, molto chiaro!

      Rispondi
  • 24/04/2015 alle 8:39 pm
    Permalink

    Ottima sintesi. Solo.un’osservazione: il counselor è un modo di essere non certo perché è il confidente di sconosciuti (fra l’altro esistono altri confidenti del genere) ma perché è orientato alla consapevolezza.

    Rispondi
    • 28/04/2015 alle 8:23 am
      Permalink

      Grazie Francesco, bellissimo punto di vista.
      Il counselor è un modo di essere per tanti motivi.
      In un certo senso il counseling è un modo di essere proprio perché si basa sull’essere qualcosa piuttosto che nel fare qualcosa.

      Rispondi
  • 27/04/2015 alle 10:14 am
    Permalink

    Ho apprezzato molto il suo articolo. Semplice, chiaro, diretto. Le volevo chiedere se lo posso “linkare” al mio sito, ovviamente citandola. Grazie.

    Rispondi
    • 28/04/2015 alle 8:24 am
      Permalink

      Grazie Raffaele.
      Certo che puoi linkare l’articolo al tuo sito. Mi fa molto piacere.

      Rispondi
  • 27/04/2015 alle 11:36 am
    Permalink

    Io ce l’ho un’ altra differenza fra psicologo e counselor.. lo psicologo studia sui libri e fa pratica sugli altri, il counselor studia ANCHE sui libri, ma prima di tutto fa pratica su SE STESSO e questa è la parte più difficile del percorso formativo. … io ci ho provato, ma mi sono arenata…. forse ero solo la persona giusta, nel posto giusto, ma al momento sbagliato. … della mia vita. Non è detto che non ci riproverò

    Rispondi
    • 28/04/2015 alle 8:28 am
      Permalink

      Ciao Cristina.
      Non farei di tutta l’erba un fascio. Conosco psicologi che hanno fatto un enorme lavoro su se stessi e counselor meno attenti a questo aspetto. È vero però che, statisticamente, le scuole ed i percorsi di counseling sono più orientate a far crescere gli studenti come esseri umani più centrati e consapevoli rispetto a molte scuole di psicoterapia (e di certo molto di più dell’università e dei master, dove questo aspetto è totalmente ignorato).
      In bocca al lupo.

      Rispondi
  • 27/04/2015 alle 9:03 pm
    Permalink

    Non sono un esperto e la materia l’ho assorbita per “simbiosi”. Ma mi sorge una domanda cui non ho ancora dato o avuto una risposta: Perché psicologi, psicoterapeuti, psicanalisti e psichiatri, counselor, pur nella differenza di specifiche della loro disciplina, tendono tutti a fare i pedagogisti (non quelli dei bambini, sia chiaro)? E poi cosa significa psico… psichi…. psica…. cioè, cosa curano?

    Rispondi
  • 28/04/2015 alle 8:03 am
    Permalink

    Il primo intervento è manifestamente di uno psicologo amareggiato, per il quale, più che di “fratelli minori”, circa i counsellor si potrebbe parlare di “figli di un dio minore”.
    Lo inviterei, se crede, a leggere (o rileggere) il bellissimo appello rivolto agli psicologi da Alex Lommatzsch e Caterina Terzi, psicologi e psicoterapeuti della Gestalt, all’epoca del famigerato referendum.
    Nei mestieri di cura c’è posto per tutti: combinano cose mirabili e cose venefiche, in ugual misura, psicologi, counsellor, coach, preti, educatori, naturopati, chinesiologi, pranoterapeuti, filosofi e tutto l’arco dei cosiddetti “esperti di relazioni umane”.
    Ricordi poi il collega (io sono psicologa, psicoterapeuta, psicofisiologa e psicofarmacologa) che per lungo tempo gli psicologi sono stati i figli di un dio minore per medici e filosofi; e che la psicologia è un affascinante ventaglio di ipotesi, prospettive, approcci e tecniche: ma è tuttaltro che una scienza “positiva”, soggetta cioè ai rigorosi parametri della falsificabilità, ripetibilità e validazione.
    Quelle, con sua buona pace, sono solo le neuroscienze: neuroanatomia, neurobiologia, neurofisiologia, neurochimica (allo stato dell’arte, con qualche problema di scientificità anche per loro).
    La psicologia è un modello, un auspicio, una tendenza, un’ermeneutica e un asintoto: già abbastanza, dunque, direi, per permetterci di evitare le solite, note, improduttive guerre tra poveri.

    Rispondi
    • 28/04/2015 alle 8:38 am
      Permalink

      Grazie Clarice.
      Mi sto prendendo il giusto tempo per rispondere al primo commento. I temi sono conosciuti e dibattuti da tempo, le risposte sono semplici in realtà (almeno dal mio punto di vista), ma non voglio che questo post diventi un campo di battaglia di tifoserie avverse.
      Ti ringrazio anche di avermi fatto scoprire questo bellissimo appello (parli di questo, giusto?) c’è da rifletterci su.

      Rispondi
  • 28/04/2015 alle 1:17 pm
    Permalink

    Ciao, grazie per la tua chiarezza. E la filosofia, qual è il ponte tra filosofia e counseling?

    Rispondi
  • 29/04/2015 alle 2:08 pm
    Permalink

    Grazie Andrea, per questa tua chiara presentazione. A fronte di qualche obiezione letta sopra, posso confermare che, lungo il percorso di formazione alla professione di counselor, nella Scuola che ho frequentato, ci è stata offerta una rigorosa preparazione atta a riconoscere gli ambiti d’intervento e i confini tra le diverse Professioni d’aiuto (specie verso quella dello psicologo e dello psicoterapeuta), a riconoscere vissuti e sintomatologie del cliente per i quali è necessario l’invio e a stabilire rapporti di collaborazione interdisciplinare; tutto questo ci è stato insegnato per rispetto deontologico, per realizzare pienamente l’Aiuto alla persona cui siamo chiamati nell’esercizio della nostra Professione. Buon cammino a Tutti! 🙂

    Rispondi
  • 26/05/2015 alle 8:25 am
    Permalink

    Interessante articolo. Mi trovo spesso a confrontarmi con le stesse convinzioni che hai riportato Andrea e, come tu sai bene, i confini sono molto labili e spesso, molti counselor, assomigliano più ad uno psicologo, psicoterapeuta che ad un coach. Volendo porre le due figure agli estremi dello stesso contesto.
    Premesso che l’area “psico” per me, lavora più con soggetti clinicizzati (ahimè così vengono definiti), e tralasciando questo contesto in opportune sedi, se gradito, mi fa piacere condividere un articolo scritto sul mio blog. Lo trovo interessante perchè con una metafora che ho trovato comprensibile a molti, riesce a distinguere con facilità le tre figure che hai considerato. Va da sè la considerazione dei limiti della generalizzazione.
    Grazie e vi auguro buona lettura. A.M.
    http://www.coach-4you.it/2015/02/6-punti-per-capire-il-coaching-e-la.html

    Rispondi
  • 26/05/2015 alle 3:26 pm
    Permalink

    Sono psicologo psicoterapeuta da quasi 10 anni e lavoro in ambito privato. Ho una media di 20 “persone” a settimana. Chiunque abbia “visto” una discreta quantità di pazienti (o clienti) si è accorto che la maggior parte delle persone si presenta con un problema, o una difficoltà, quindi un obiettivo da raggiungere, ma, in 9 casi su 10 il problema è di altra natura. Dopo tre o quattro sedute. Questo processo si chiama “analisi della domanda”. Faccio degli esempi: la donna che si presenta perchè non sa se ritornare con il suo fidanzato, poi si scopre un rapporto conflittuale con la famiglia di origine; il ventenne che non sa che lavoro vuole svolgere nella vita, poi emerge che lui saprebbe cosa fare, ma non vuole deludere il padre; il quarantenne che non sa se lasciare la moglie, poi salta fuori che ha una dipendenza da sostanze, e andando ancora avanti emerge un disturbo di personalità grave; la trentenne con problemi di mobbing che poi si scopre avere un disturbo psicotico di tipo paranoico.

    Eccetera eccetera eccetera.

    Quale obiettivo perseguirebbe il counselor? Quello portato superficialmente dal paziente, o la vera natura del problema? Il counselor non ha strumenti per fare diagnosi differenziale, come può distinguere la vera natura dei problemi delle persone?
    Vorrei tanto sapere dai counselor che hanno visto abbastanza “clienti” se si sono accorti del fenomeno che ho descritto sopra. Se non se ne sono accorti, è gravissimo, se se ne sono accorti vorrei sapere come si comportano.
    I problemi umani sono complessi e multifattoriali, semplificare può essere controproducente e pericoloso per chi ci si rivolge affidandosi a noi.
    La differenza evidente tra psicologi e counselor è che i counselor sanno “vendere” bene il loro lavoro. Da come si pubblicizzano sembra tutto facile.”Hai un obiettivo da raggiungere? Noi ti aiutiamo a tirare fuori le tue risorse!” Gli psicologi non sanno vendere la loro professione perchè hanno una regolamentazione precisa per legge che li limita con lo scopo di preservare la complessità dell’animo umano.

    Rispondi
    • 28/05/2015 alle 9:13 am
      Permalink

      Ti ringrazio per questo tuo commento, che mi permette di approfondire la mia riflessione sulla professione.

      Non posso rispondere per tutti i counselor, ovviamente, come nessuno psicoterapeuta può parlare per tutti gi psicoterapeuti (con la babele di approcci diversi e l’approccio singolo di ogni persona), ma posso parlare per me, ed ecco la mia risposta.

      Una richiesta, un obiettivo da raggiungere, un problema su cui una persona vuole lavorare non è superficiale, non lo è mai. E’ ciò che ha spinto la persona a cercare una soluzione, o a cominciare un lavoro su se stesso.
      Nel counseling, almeno nel mio stile, c’è il massimo rispetto per la libertà e l’autodeterminazione della persona. Io credo fortemente nel fatto che ognuno di noi sia libero di evolvere e migliorare nella misura in cui decide di farlo. Inoltre non ho mai la pretesa di conoscere il vissuto interiore del cliente, o la direzione “giusta”. Quello che faccio è creare un ambiente utile allo “svolgersi” del tema portato dal cliente e nel favorirlo attraverso la comunicazione e la relazione (oltre che con alcune pratiche, come il focusing, ma non solo).

      Quindi, per cominiciare, io rispetto la richiesta del cliente e lavoro su quella.
      E quando emerge qualcosa “sotto” il problema portato?
      Accade spesso, io non favorisco ne inibisco il fatto che accada (o almeno faccio del mio meglio per mantenere aperte tutte le possibilità, senza spingere).
      La prima cosa che faccio è accoglierlo, ma questo non vuol dire che poi necessariamente ci si lavori.

      O meglio, si tiene in considerazione mantenendo il focus sull’obietivo del cliente.
      Nel tuo esempio – il lavoro sul problema di coppia che fa emergere un problema con i genitori – si terrà in considerazione il problema familiare per lavorare sul problema di coppia (che è il tema che interessa al cliente, presumibilmente). Non si lavorerà direttamente sul problema con i genitori.

      A volte c’è la volontà (da parte del cliente) di lavorare sul nuovo problema.
      Si valuta, insieme al cliente, e sempre nel rispetto della volontà del cliente, cosa fare.

      Se il cliente vuole un supporto da parte mia sulla nuova problematica ok, si può pensare di farlo, e quindi ci sarebbe un nuovo accordo, e un nuovo percorso di counseling. Se invece decide di lavorarci in modo diverso (Un corso di yoga? Un professionista di tipo diverso? Una psicoterapia?) avrà il mio supporto.

      Potrebbe anche decidere di non volerci lavorare, in quel momento, così un aspetto di se che prima era nascosto, non visto, ora è più chiaro, uscito fuori in un ambiente sicuro e tenuto sotto controllo. Un bel passo avanti verso la libertà e la consapevolezza!
      In fondo è un suo diritto decidere quanto e su cosa lavorare. Io sono contento che abbia più consapevolezza e quindi nuove opportunità di crescita.

      Se ciò che emerge dovesse riguardare un aspetto patologico (ma è chiaro che “patologico” è un termine abusato e che, nella maggior parte dei casi chi è “patologico” -e scusa se abuso di questo termine- non ci finisce neanche da un counselor) ho una costellazione di professionisti di diverso tipo (si, anche psicoterapeuti di diverso approccio) ai quali fare un invio o con cui lavorare in equipe.
      In effetti mi confronto con loro continuamente.

      Non è quindi un discorso di semplificare i problemi, ma di lavorare in un’ottica di servizio al cliente. Tenendo in primo piano le sue richieste, la sua libertà e la responsabilità di ogni persona sulla propria vita.

      La relazione tra un counselor e un cliente è (il più possibile) orizzontale, un counselor non “si prende in carico” un paziente, come fa uno psicoterapeuta. Non lo fa perchè non vuole prendersi una responsabilità sull’altra persona, ma perchè crede che non sia la cosa migliora per il cliente e, semplicemente, non è il suo lavoro.
      Allo stesso tempo capisco che questo approccio sia difficile da capire per molti psicoterapeuti (e ancora di più per gli psicologi) che hanno un approccio verticale con i pazienti ed un approccio spesso più orientato secondo i propri schemi teorici (ma chi non ne ha?)

      Sull’ultimo punto ci sarebbe da aprire un’enorme discussione (anzi, un intero sito internet).
      La risposta breve, scusa la brutalità, è che è semplicemente non vero.
      I counselor non sanno vendersi meglio o peggio degli psicologi, semplicemente la maggior parte dei liberi professionisti in italia non si sanno vendere (e infatti è pieno di counselor diplomati che non lavorano).
      Ad esempio un counselor potrebbe obiettare (e lo fa, a ragione) che le persone che hanno un problema non cercano un counselor, figura praticamente sconosciuta, ma direttamente uno psicologo… gran bel vantaggio per la categoria (e non è l’unico, veramente).

      Spero che questa lunga risposta ti dia nuovi elementi su cui ragionare riguardo le nostre professioni, i punti in comune e le differenze.

      Rispondi
  • 02/06/2015 alle 1:11 pm
    Permalink

    Condivido pienamente con quanto scritto da Clarice!
    Io sono in primis una filosofa, specializzata in comunicazione e counseling e confermo che la filosofia è stata ed è tutt’ora utilizzata per la cura dell’anima. La psicologia non è altro che una delle sue figlie della filosofia, così come lo è il counseling.

    A mio avviso il counseling è nato dal limite della presunta scientificità psicologica, per abbracciare un approccio di più ampio respiro. Come dico spesso, la scienza non è altro che il prodotto di convinzioni passate accertate e di convinzioni presenti ancora da accertare. Quando si ha a che fare con l’uomo, con la sua mente, con la sua anima e con il suo comportamento, non c’è nulla di scientifico! Ci sono soltanto ipotesi che sta al cliente/paziente confermare o meno.

    Per rispondere allo psicoterapeuta, non è detto che scoprire e analizzare a fondo la vera natura del problema passato porti alla sua risoluzione nel presente. Spesso sostare troppo a lungo su un trauma passato, può essere controproducente.

    Il mio focus è sul presente e sul futuro e utilizzo il passato solo nella misura in cui c’è qualcosa da “reincorniciare”. Molto spesso la chiave non è il contenuto (il CHE COSA), ma la forma (COME il cervello ha elaborato, associato e incorniciato ciò che ha vissuto). Tant’è che molti “pazienti” sanno tutti i dettagli del loro problema, le sue cause infantili e la loro “patologia”, ma continuano a stare male!

    Condivido appieno l’esaustiva risposta di Andrea, lasciando al cliente la libertà e la piena autodeterminazione seguendo la direzione evolutiva che gli è più congeniale!

    Ottimo articolo! 😉

    Buon lavoro a tutti!

    Rispondi
  • 03/06/2015 alle 8:05 am
    Permalink

    Cinzia, un conto è fare counseling a partire da una formazione in filosofia (mi sembra di dedurre che tu sia laureata in filosofia) un altro conto è fare counseling a partire da una laurea in ingegneria ad esempio. Io ho visto persone diventare counselor a partire da formazioni e percorsi di vita assolutamente improbabili. Persone che frequentano corsi di counselor per risolvere problemi personali senza fare un lavoro psicologico su di se. Poi pretendono di “curare” altri. Io conosco counselor con lauree in pedagogia, in scienze dell’educazione, in filosofia. Bene, è molto probabile che capiscano di cosa parlo quando evoco la complessità dell’essere umano. Ne conosco e ne stimo diversi.

    Cinzia, il processo che descrivi qui
    >>molti “pazienti” sanno tutti i dettagli del loro problema, le sue cause infantili e la loro “patologia”, ma continuano a stare male! <>Non è detto che scoprire e analizzare a fondo la vera natura del problema passato porti alla sua risoluzione nel presente.>>
    E invece è proprio così, ed avviene spontaneamente se il lavoro è ben condotto. Parlo per esperienza clinica e professionale, ma finchè non scriverò un libro potete leggere i libri di psicoterapeuti importanti e capirete di cosa parlo. Non servono indicazioni, homework, consigli. Dalla tua frase eliminerei l’aggettivo “passato” Il problema, quando c’è, è sempre presente. Quello si si definisce “passato” è la propria storia, e noi siamo fatti della nostra storia, solo che siamo abituati a vederla solo da una prospettiva, che è quella che fa soffrire.

    >>Spesso sostare troppo a lungo su un trauma passato, può essere controproducente.<< E che significa sostare? Bisogna parlare, rileggere, rielaborare, ed ognuno ha il suo tempo ed i suoi modi, i suoi inciampi.

    Andrea, purtroppo commetti delle ingenuità, te ne renderai conto lavorando con le persone. Che significa rapporto orizzontale? Che ti metti alla pari del paziente/cliente? Come persona è indispensabile mettersi sullo stesso piano, ma come professionista no, devi guidare, il rapporto è per forza verticale. Il lavoro che descrivi e che, secondo te, psicologi e psicoterapeuti non capiscono è il lavoro preliminare dello psicologo e dello psicoterapeuta. Tanto che nel percorso di formazione che hai frequentato ti hanno insegnato proprio loro. O sbaglio?

    Il paziente/cliente non sa di cosa "soffre" in realtà quando ha un problema, per questo si rivolge a dei professionisti. E spesso un problema attuale apparentemente semplice, è l'unica occasione che hanno per lavorare su problemi e questioni ben più profonde e radicate. Queste il counselor, mi spiace, non le sa trattare, e, mi pare di capire, neanche riconoscere.

    Rispondi

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