counseling e coaching parlando di lavoro obiettivi e desideri

Qualche sera fa, durante una serata tra amici davanti ad un bicchiere di vino, ho avuto una conversazione illuminante con Roberta (il nome è di fantasia, per proteggere la sua privacy). La sorella, mia amica fin dai tempi dell’università, le aveva accennato qualcosa sul mio lavoro e lei era piuttosto incuriosita.

Devi sapere che uno dei “drammi” di counselor e coach è che è piuttosto complicato spiegare il proprio lavoro, ed allo stesso tempo sono tutti estremamente affascinati da questa professione.

Immagino che anche tu abbia molte curiosità riguardo al coaching ed al counseling, e ti chiedi come possa effettivamente aiutarti.

Queste curiosità, come puoi immaginare, possono portare a conversazioni lunghissime in cui si fanno sempre più domande per approfondire. Tutto  fantastico, nel contesto giusto, ma a volte fuori luogo in un pub (o in fila alla cassa del supermercato, come mi è successo una volta!)

Ma questa volta è stato molto interessante!

Una piccola premessa

Quando spiego il mio lavoro non voglio essere confuso con un “motivatore” da palco o con un santone. Voglio che sia chiaro che lavoro per permettere ai miei clienti di ottenere dei risultati duraturi nella loro vita e nelle loro relazioni.

Risultati in linea con i loro desideri autentici e che portino un beneficio concreto nelle loro vite.

Per questo, quando la situazione me lo permette, parlo del mio approccio teorico e, in linea generale, delle tecniche che uso nel mio lavoro (e che tu puoi leggere sul mio sito).

Nella conversazione che ho avuto con Roberta sono usciti due aspetti interessanti e che possono darti un’idea

  • dei limiti che spesso ci auto imponiamo, ignorando processi interni di auto-sabotaggio
  • di quanto un approccio orientato verso il desiderio e il risultato possa aumentare enormemente le performance, la soddisfazione ed il benessere.

Punto primo: il problema sono i desideri (più o meno)

Incalzato dalle domande di Roberta ho parlato di proattività, di allineamento corpo-mente-desiderio, e le ho spiegato che una parte del mio lavoro consiste nel far emergere i desideri autentici del mio cliente (e solo su questo tema si potrebbe scrivere un trattato di centinia di pagine).

Poi le ho fatto notare come la maggior parte delle persone, nella maggior parte dei casi, ragioni in termini carenziali, in fuga da qualcosa, piuttosto che in direzione dei propri desideri.

Cercano di fuggire da una situazione spiacevole invece di andare verso il benessere, confondendo l’assenza di un disagio con i propri desideri.

Insomma, nella maggior parte del tempo le persone non desiderano qualcosa, ma fuggono, e questo è il più grande ostacolo verso la realizzazione.

Insomma, il contrario rispetto all’essere proattivi, allineati e orientati ai propri desideri.

Punto secondo: l’obiezione (e la presa di consapevolezza)

Quando le ho detto che la maggior parte delle persone ragiona in termini di ciò che non vuole lei mi ha detto:

“Non credo che sia così”

Ed io le ho risposto:

“Posso provare a dimostrartelo”

Pensavo mi ci sarebbero voluti trenta secondi, magari un minuto, sono bastati 10 secondi, forse meno.

Le ho chiesto:

“Cosa vuoi? Nella tua vita.”

E lei prontamente mi ha risposto:

“Non voglio che…”

E subito si è fermata, ha sorriso, capendo perfettamente il punto.

Roberta è chiaramente una persona intelligente, non è strano che abbia obiettato all’inizio. Tutti noi (o quasi) siamo cresciuti e ci siamo formati orientando i nostri pensieri verso il fuggire  da qualcosa, e ci siamo ingannati pensando che quello volesse dire desiderare.

Eppure nel momento stesso in cui ha portato attenzione al modo in cui ha espresso un suo desiderio si è accorta che mi ha detto ciò che non voleva, non a ciò che desiderava.

In altri termini ha espresso un desiderio di allontanamento, carenziale, di “fuga da”… le ho chiesto cosa volesse, mi ha risposto cosa non voleva.  

In questo caso è stato palese, e lei ha subito colto il concetto, evitando di costruirsi una serie di giustificazioni.

Ma spesso l’aspetto carenziale è molto più nascosto e l’abitudine a quel tipo di pensiero è così radicata che è difficilissimo accorgersene.

Ecco quindi il primo aspetto interessante di questa conversazione: il pensiero carenziale è radicato, nascosto e spesso negato.

Lo so perchè ogni giorno i miei clienti non si accorgono di come orientano il loro pensiero in modo carenziale nè di quante giustificazioni danno a se stessi per proseguire in questa direzione.

Orientarsi al desiderio: la chiave per i risultati ed il benessere

Ho spiegato a Roberta come l’identificare ciò che si desidera veramente, e muoversi nella direzione del desiderio, sia un acceleratore di risultati incredibile. Si tratta di aumentare le possibilità di riuscita e di soddisfazione non del 100% ma del 5000%!

Si tratta solo di orientare se stessi verso il piacere di fare, e poi mantenersi focalizzati su quel piacere.

Ma purtroppo non siamo abituati a questo modo di agire (e di pensare) e, vittima delle nostre abitudini e delle narrazioni interne radicate, continuiamo a ri-orientarci verso la “fuga da”.

Il mio lavoro infatti è proprio quello di aiutare i miei clienti a trovare la direzione del piacere, del desiderio autentico, e aumentare in loro la capacità di essere radicati a quella direzione, sempre più a lungo, sempre più profondamente.

A Roberta gli si sono illuminati gli occhi e mi ha raccontanto quello che è il secondo “insegnamento” di questa storia.

La storia di Roberta: il giusto approccio per realizzare i propri obiettivi

Roberta ha messo su con alcune amiche una squadra di calcio amatoriale.

Mi ha detto che per quattro anni ha avuto paura della palla, il suo approccio al gioco era su quello che non andava fatto.

Il loro primo allenatore cercava d motivarle e “allenarle” con la paura e le critiche, e i loro risultati sono sempre stati scarsi.

Immagino che pensassero fosse così che vanno le cose, o sai giocare oppure no, e non c’è poi molto da fare. (E quante volte ti sei detto qualcosa di molto simile?)

Lei stessa mi ha detto che pensava di avere un difetto congenito ai piedi.

Ma nell’ultimo anno hanno cambiato allenatore, e il loro gioco in campo in pochi mesi si è completamente trasformato.

Il nuovo allenatore le ha focalizzate sul piacere del gioco, su quello che veramente vogliono vivere in campo.

Ha messo in risalto le loro qualità, ha cambiato totalmente la narrazione che avevano di se stesse rispetto al giocare a calcio.

E la squadra ha cominciato a vincere.

Ovviamente non era un problema di piedi a banana, non si tratta del “è così che vanno le cose”, ma solo della direzione della loro attenzione.

Complimenti al loro coach!

In sei mesi questo coach è riuscito a fare quello che l’allenatore precedente non era riuscito a fare in quattro anni.

Che valore ha una capacità del genere?

Che valore hanno questi risultati?

E nella tua vita?

Possono venire in mente anche a te situazioni simili:

il professore in grado di ispirarti, il libro che ha cambiato completamente la tua vita, il seminario che ti ha insegnato cose che non pensavi neanche fossero possibili.

Il mio lavoro è proprio questo, aiutarti a migliorare le tue performance e a raggiungere i tuoi obiettivi, e farlo velocemente, pienamente ed in maniera costante.

Non solo in studio, con una consulenza, o ad un seminario, ma anche davanti ad un bicchiere di vino si possono ampliare i propri orizzonti e fare un passo verso una maggiore consapevolezza.

Io l’ho fatto, e credo anche Roberta.

Come, in un ambito dell tua vita, un mentore, un consiglio, una chiacchierata o un esperienza ha migliorato enormemente il tuo benessere (o le tue performance) in quell’ambito?

Ed in che modo ha arricchito la tua vita?

Condividi con me e con gli altri lettori la risposta a queste domande lasciando un commento 🙂

Una conversazione illuminante (parlando di lavoro, obiettivi e desideri)
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